Agenzia di comunicazione vs freelance

Si può fare un confronto tra un’agenzia di comunicazione e un freelance? Certo, soprattutto se l’intenzione è sorriderne (senza polemica)!

Vi ricordate il match birra verso femmina?

Ma sì dai quello che dice: 

«Se ti fai una birra in un locale affollato, è normale. Se ti fai una femmina in un locale affollato, diventi un mito. Un punto alla femmina.»

Ecco, partendo da qui, noi oggi vi presentiamo:

L’AGENZIA DI COMUNICAZIONE VERSUS IL FREELANCE

IL Confronto

  1. Il freelance ha taroccato una foto rubata da Internet, e te l’ha messa in primo piano sul tuo sito nuovo di zecca. Dopo ventiquattr’ore ti chiama l’autore e ti chiede anche i danni morali. “Ma non c’era l’immagine che mi avete chiesto…”, ti dirà. L’agenzia la crea, e non te lo dice nemmeno. Un punto all’agenzia.
  2. Se hai dei soci e devi presentare il piano di comunicazione, dall’agenzia non si presenterà nessuno con il risvoltino e le bretelle su camicia a quadri. Molto probabilmente sarà figa, e in tacco dodici. Due punti all’agenzia.  
  3. Il freelance è per definizione singolo. L’agenzia è sempre (almeno) trina. Vince l’agenzia, tre cervelli a zero.
  4. Contatti il freelance, e in cinque minuti ti cambia per la quinta volta il colore del logo dal giallo-esselunga della settimana scorsa al blu-di-Prussia-sottotono. Vai in agenzia e ti spiegano che i colori del logo non vanno per forza abbinati alla cravatta, tutti i giorni.
  5. L’agenzia ha una sede figa, ci sono le sedie comode, e ti offrono sempre il caffè. Il freelance vive con la mamma, e se ti va bene puoi trattenerti a cena che c’è la parmigiana. Un punto per il freelance e due per la mamma.
  6. Col freelance puoi fare serata, conosce i posti giusti e i cocktail giusti. In Agenzia hanno famiglia, perché di solito fanno una vita normale. Un punto al freelance.
  7. L’agenzia di comunicazione ha degli orari di ufficio, che non sono gli orari di chiusura dell’Ikea (dove lavora il freelance). Un punto per l’agenzia.
  8. L’agenzia usa le email, che puoi controllare quando sei al lavoro. Il freelance ti manda la bozza della brochure via Whatsapp, alle due del mattino, perché dopo essersi sparato un’intera stagione di The Walking Dead, si è ricordato della consegna che doveva fare dieci ore prima. Un punto all’agenzia.
  9. Il freelance ti fa in pochissimo lavori velocissimi. E tutti rigorosamente copiati da Internet. Meno dieci punti al freelance.
  10. Per quindici euro, in nero, trovi sicuramente un freelance che ti cambia anche il colore della facciata di casa. Se gradisci il marchietto Shutterstock ogni due metri. Un punto all’imbianchino.
  11. Sono le undici e il freelance ancora non risponde al telefono. Il titolare dell’agenzia è in piedi dalle sette meno un quarto, operativo dieci minuti dopo, al quinto caffè atomico entro le otto. Un punto all’agenzia.
  12. Il freelance ti chiede l’amicizia su Facebook. Mille punti all’agenzia.

Pay per click

pay-per-clickIl pay per click o ppc è uno strumento di internet marketing, un modo di acquistare della pubblicità, pagando in base ai click che il cliente finale effettua sulla nostra inserzione.

Accantonando il termine fighetto inglese di turno, è un sistema per comprare visite per il tuo sito.

Il lato positivo è che non si hanno “spiacevoli sorprese” dal punto di vista economico, in quanto il budget viene programmato nel momento in cui si decide di fruire di questo strumento.

D’altra parte, sono diversi i lati negativi che potrebbero farvi mettere le mani nei capelli (se ne avrete ancora).

Innanzitutto, questo metodo è sconsigliato per le aziende che hanno molta concorrenza, perché in questo caso nessuno si filerà il vostro annuncio, anche se sarà tra le prime posizioni sui motori di ricerca.

Poco raccomandabile anche per aziende che hanno parole chiave uguali ad altre, con costi e risultati che vedono i primi vincere per KO tecnico.

Se la vostra azienda non rientra fra questa, potreste affidarvi a questo sistema, ricordandovi sempre però che, come tutti gli strumenti di marketing, questo deve fare parte di una strategia ben precisa e pianificata.

Purtroppo questo resta poco comprensibile a molti imprenditori, coraggiosi e sprezzanti del pericolo, che ogni giorno si lanciano in questo mondo convinti di poter fare a meno di affidarsi a persone competenti.

Riguardo a questo è bene sapere che la maggioranza delle opzioni di setup pre-impostate in AdWords sono impostate per massimizzare il guadagno di Google, non il vostro.

Come ultimo incentivo a evitare il fai da te, meglio specificare che una volta finita la campagna ppc, il vostro sito torna nella sua posizione naturale. Cosa vuol dire? Semplice, che siete a piedi, e che sarete trovati nel web solo da chi vi conosce e ha avuto una buona esperienza con la vostra azienda (potreste finire a “Chi l’ha visto?”).

E’ dunque possibile ottenere risultati significativi con questo “pay per click”? Sì, ma solo affidandosi a professionisti.

Enrico

L’estate in agenzia

ideagency rif post

Fa caldo, caldissimo. Così caldo che in giro per strada la gente dà di matto. Vedi persone ai semafori che schiumano (di rabbia) per un ritardo di otto nano-secondi sul verde. Vedi esseri umani devastati dall’afa che si trascinano per le città semi-deserte. Vedi telegiornali che raccomandano di bere molto, di ripararsi dal sole, di non abbandonare anziani e animali (in ordine inverso, di solito).

Poi entri in ufficio.

E l’ufficio è l’Alaska: venti gradi centigradi costanti, maglioncini e sciarpine sui tuoi colleghi.

Entri e geli. Lo shock termico è da polmonite istantanea, ma almeno – ti dici – qui respirerò…

Poi ti siedi, apri il computer e ti lasci investire dagli alert pre-vacanze. Gli alert, esatto, quelli dei clienti dell’agenzia che di colpo, a un minuto/una settimana dalle vacanze, decidono di:

  1. rifare da zero tutta l’immagine coordinata;
  2. ribaltare il sito internet;
  3. fare un catalogo nuovo per prodotti nuovi (dei quali non ci sono foto, o testi, o info).

A questo punto, se il tuo lavoro lo fai bene, deglutisci e ti metti in moto. Prendi il telefono e vai di chiamate. Se invece no, non ti resta che lanciarti dalla finestra, sperando di intercettare un super-eroe che ti salvi, o un portale spazio-tempo che ti tele-trasporti in un’altra galassia.

Nel primo caso, oltre a eseguire, puoi permetterti di PARLARE con i tuoi clienti e SPIEGARE il valore del tempo (e della meditazione), per invitarli a ponderare i cambiamenti e a non seguire un embolo partito causa-afa. E poi decidere CON LORO, le priorità: ovvero le “cose” da fare subito, prima della chiusura estiva. E quelle da rimandare a settembre. Senza ansie.

Nel secondo, purtroppo e per colpa tua, non hai tanta libertà. I tuoi clienti nemmeno ti ascoltano. Non lo fanno perché non ti conoscono, non conoscono te e non conoscono il tuo valore. O non sanno nemmeno che esiste.

Nel caldo torrido della tua estate, così come nel gelo siberiano del più rigido degli inverni, la variabile sei sempre tu: come nello spot Vodafone, è sempre tutto intorno a te. A quanto riesci a farti stimare, all’autorevolezza che costruisci lungo il tuo cammino. Alla reputazione che ti sei fatto. Oppure no.

Credits Immagine:

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/Pubblicitary/?fref=ts

 

 

La differenza tra l’agenzia giusta e quella no

non capisco

Te l’hanno detto in tanti. Talmente in tanti che alla fine il consiglio è diventato un mantra e gira in loop.

“Hai bisogno di svecchiare la tua immagine” – ti hanno suggerito.

“Devi fare un po’ di brand” – qualcuno ha bofonchiato.

“Come sei messo a reputation?” – ti ha perfino detto il compagno di università di tua figlia.

Tu all’inizio, guardavi il tuo logo e ti ripetevi che non era poi così male, ma a furia di sentire cose che non capivi/non condividevi, in un modo o nell’altro, hai deciso.

“Mi serve un’agenzia” – ti sei convinto. E poi hai iniziato a cercare. Sei andato sul web e hai cercato la risposta ai tuoi dilemmi. Solo che invece di trovare una soluzione, ti sei complicato la vita.

La prima agenzia ti ha risposto dopo una settimana, in una lingua tipo arabo.

La seconda ti ha mandato un preventivo senza nemmeno telefonarti.

La terza di ha mandato un link a un “portfolio”. Ma a parte non capire perché volessero fartelo vedere, il link non funzionava.

La quarta è venuta a trovarti. Ha mandato una ragazza splendida. Forse inglese, ti sei detto, visto che parlava poco italiano e molto british. Poi ti è arrivata un’offerta. E hai capito che non solo la signorina doveva essere per forza inglese, ma pure parente della regina, visti i prezzi.

Dalla quinta in su, stai ancora aspettando ti rispondano. “Strano”- ti dici ” dichiarano uno staff da ventisei persone”…

Ora, prima di rinunciare, prenditi cinque minuti. Nei primi due leggi qui, come scegliere un’agenzia e nei successivi tre, chiama noi. Ti manderemo il capo. E parlerai con lui, che usa le stesse parole che usi tu.

LinkedIn delle mie brame

Un paio di settimane fa, abbiamo scritto come cambiare sia un verbo attivo. Il tema di oggi prende le mosse da lì, dal cambiamento. In particolare ha l’ardire di spingersi a riflettere sull’uso di uno dei più famosi social dedicati al mondo degli affari.

Parliamo di LinkedIn. L’idea (la nostra) non è quella di raccontarvi la storia (niente ravalling and favelling) di LinkedIn, le sue origini, il suo successo. Quanto di pensare al perché un simile strumento possa e debba essere usato. Ma soprattutto al come.

Partiamo dal perché, come dice sempre quel geniaccio di Simon Sinek (se non lo conoscete, digitate il suo nome su YouTube).

LinkedIn merita di essere usato perché può:

  1. farvi conoscere da chi ancora non sa chi siete (voi, la vostra azienda, il vostro metodo);
  2. farvi conoscere persone che potrebbero insegnarvi qualcosa di utile;
  3. farvi conoscere persone che potreste voler imitare;
  4. farvi conoscere persone che potreste NON voler imitare affatto.

Punto numero due: il come.

LinkedIn è un social per il mondo degli affari. Non per la vostra passione per i cuccioli di gatto che si fanno le fusa. Usarlo bene, significa:

  1. pubblicare aggiornamenti sul proprio profilo e l’attività, avendo cura di aggiornarlo almeno ogni sei mesi (prima -se cambia qualcosa);
  2. condividere argomenti e post che ritenete interessanti per il vostro parterre;
  3. raccontare dei propri successi cum grano salis  e moderazione; meglio attraverso i propri dipendenti/partner;
  4. chiedere feed-back e referenze.
  5. cercare o proporre collaborazioni.

Usarlo male, viceversa, significa:

  1. avere un profilo chiuso, con i contatti nascosti;
  2. avere un profilo vecchio;
  3. limitare/bloccare l’uso del social ai propri dipendenti/collaboratori.

 

CAMBIARE è un verbo attivo.

“Non si trasforma la propria vita senza trasformare se stessi”. (Simone de Beauvoir*)

Il carburante è troppo caro. La politica non funziona. La gente è troppo arrabbiata. La pasta (e le verdure) non sono più quelle di una volta. Il lavoro non si trova. I fornitori non pagano. I clienti non rispondono. I dipendenti battono la fiacca. I creativi non hanno immaginazione. Senza una raccomandazione, non si arriva da nessuna parte. Non ci sono più le mezze stagioni e i parcheggi in centro non si trovano più.

In mezzo al bailamme del malcontento, mentre le masse brontolano, gli individui attendono che qualcosa, dall’alto, da fuori e nell’altro, cambi. 

La parola “cambiamento”, digitata in Google, porta 19 milioni di risultati in meno di mezzo secondo.

Ma mentre ne parliamo un sacco, del cambiamento, quando tocca a noi, o toccherebbe, metterlo in atto, spezzare la routine, modificare uno status (cambiare lavoro, cliente, fornitore, macchina, preferenze e abitudini), di colpo, cambiare non ci riguarda o non è fattibile.

Aspettiamo che cambi la politica, che cambino gli uomini, che cambi il prezzo del carburante, che cambino i nostri dipendenti, che cambino i nostri capi/superiori e supervisori, che la gente nelle altre macchine la pianti di essere isterica, che le persone ci salutino, che cambi qualcosa in azienda, che i clienti paghino, che i fornitori consegnino in tempo, che smetta di piovere.

Aspettiamo.
Guardiamo fuori.
E restiamo ad aspettare.

Cambiare però è un verbo attivo e perché funzioni richiede la forma riflessiva.

* Simone De Beavoir è una delle penne più leggere e feroci della storia dell’umanità.

 

Quanto costa un’agenzia di comunicazione?

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Quanto costa un’agenzia di comunicazione?

Non un grafico, non un freelance, non uno stagista, ma un’agenzia di comunicazione, quando costa?

DIPENDE.


DA QUE?

Dipende da quel che vuoi.

Dipende da quel che chiedi.

Dipende da come la usi.

Il primo punto è facile, almeno sulla carta: se sai cosa vuoi, sei avanti; se non lo sai hai almeno due possibilità:

a) ti siedi con i tuoi e ti interroghi sui tuoi obiettivi, magari con il tuo piano marketing sotto mano;

b) ti siedi davanti alla tua agenzia e ti fai aiutare a scrivere un piano che metta bene in chiaro dove sei oggi, dove vuoi arrivare domani e cosa ti serve per arrivarci.

Il secondo, invece, è difficilissimo, perché fin da piccoli ci hanno abituato a non chiedere mai, a non esprimere i nostri desideri (“Ssht!…non dirlo o non si avvera!”), ad aspettare che fossero gli altri ad accorgersi dei nostri bisogni. A forza di sentircelo ripetere, abbiamo imparato a farlo e non sappiamo più chiedere: ci manca il coraggio.

Dire “Voglio vendere di più” nella testa di molti equivale a una dichiarazione di pseudo-fallimento ma non lo è.

Il terzo, in crescendo, è così complicato che meriterebbe un post a sé ma cercheremo di essere sintetici e di rispondere alla domanda “Quanto costa un’agenzia di comunicazione“, dicendo:

POCO, se la usi bene e MOLTISSIMO se non ci riesci.

Un’agenzia di comunicazione costa poco e vale tanto se dopo aver chiarito i tuoi obiettivi e aspettative, la lasci lavorare e la aiuti a farlo come si deve.

Viceversa, un’agenzia di comunicazione:

  • costa troppo se paghi per qualcosa che non vuoi;
  • costa troppo se paghi per qualcuno che non ti piace;
  • costa troppo se paghi per qualcosa che non arriva.

Il segreto, la pietra filosofale più potente del pianeta, sta nel verbo: ovvero nella comunicazione fra te e l’agenzia di comunicazione che hai scelto o stai scegliendo. E, come sempre, scrivere aiuta.