Un’Idea per giovedì 29 giugno?

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Se stai leggendo questo articolo, molto probabilmente, ci conosci già e avrai ricevuto tramite newsletter l’ invito a partecipare all’inaugurazione del nostro nuovo spazio creativo. Se non l’hai ricevuta, beh puoi rimediare iscrivendoti qui.

Come ben sai, quest’anno ci siamo trasferiti in via stretta 179, sempre a Brescia, in una location più grande, smart e comoda da raggiungere, cosicché tutti quanti potrete passare a trovarci per un caffè o, appunto, per festeggiare con noi l’inizio di questo nuovo percorso!

Giovedì 29 giugno, dalle ore 18, ti aspettiamo per brindare con noi e scoprire la location in cui diamo spazio alle Idee creative che ci balzano in mente (ogni tanto :))

Un fresco aperitivo con buffet, musica, gadget per passare un’allegra e spensierata serata in compagnia del nostro team, clienti e amici. Se ancora non l’hai fatto, conferma la tua presenza cliccando qui!

A giovedì!

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Matteo

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YouTube o Facebook: dove è meglio caricare i video?

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Fino a non molto tempo fa la domanda non aveva senso di essere posta: se uno voleva condividere con il mondo il proprio nuovissimo video lo doveva caricare su YouTube o, se proprio voleva fare il trasgressivo, su Dailymotion.

Da quando però Mark Zuckerberg ha deciso di conquistare l’internet, in molti si sono trovati davanti a questo dubbio amletico: dove è meglio caricare i video?

La risposta è una di quelle più gettonate nell’ambito dei social network: dipende! Sì, come al solito, dipende da una serie di fattori: obiettivi, target, ciclo di vita e sì dai, anche dal tuo budget a disposizione.

Dando per scontato che l’aspetto principale per il successo di un video sia la sua qualità e il suo messaggio, andiamo a vedere nello specifico i suddetti fattori:

  • obiettivi e target: bisogna sempre aver chiaro cosa vogliamo ottenere dal video e chi desideriamo raggiungere. Vuoi raccontare ai clienti (o potenziali) la tua azienda che nessuno conosce fuori dalla tua regione? Facebook è la soluzione migliore, essendo un social dove puoi agilmente crearti una “fan base” targettizzata. Vuoi raccontare il tuo nuovissimo prodotto innovativo e vuoi che ne parlino in tanti? È probabilmente meglio YouTube, che grazie alla sua barra di ricerca – più efficiente, sotto questo punto di vista – può far sì che molti utenti trovino il tuo video anche con ricerche correlate al tuo prodotto;
  • ciclo di vita: se vuoi che viva a lungo, devi tenere in considerazione che su Facebook, terminati i giorni di condivisione e quelli, eventuali, di sponsorizzazione, il tuo video finirà facilmente nel dimenticatoio. Su YouTube – e Google – continuerà a vivere grazie alle keyword, ma solo se ben impostate;
  • budget a disposizione: fare pubblicità con un video su Facebook non richiede troppo tempo e, soprattutto, permette di ottenere ottimi risultati senza svuotarsi il conto in banca. Fare pubblicità su YouTube è “leggermente” più complesso e particolarmente snervante per gli utenti, costretti a sorbirsi una pubblicità prima di mettere in play il proprio video preferito.

Infine, c’è un ulteriore aspetto da tenere fortemente in considerazione: se ai tuoi clienti comunichi sul social di Zuck, è indubbiamente più opportuno caricare i video direttamente su Facebook perché dà una maggiore priorità ai propri contenuti rispetto a quelli di altri competitor, come appunto YouTube.

Tenendo quindi in considerazione questi aspetti, rispondere alla domanda iniziale dovrebbe essere molto più semplice. Se ancora non lo fosse, il consiglio è quello di fare dei test e vedere nel lungo periodo quale delle due piattaforme ha portato i risultati migliori!

Contattaci per ricevere maggiori informazioni!

Matteo

Come (non) comunicare la tua azienda sui social network

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Immagini 30x30px, profili social aperti e più desolati di un negozio di magliette di Higuain a Napoli, domande di fan lasciate lì senza alcuna risposta: sono solo alcuni tra gli esempi più gettonati di un’azienda B2B che nel 2017 ha deciso di sbarcare nell’immenso e spericolato mondo dei social network.

Molte volte, chi decide di fare questo primo passo (degno di quello celebre datato 20 luglio 1969) è un imprenditore industriale ultra cinquantenne che, preso dalla voglia sfrenata di usare qualche hashtag e piazzare a nome dell’azienda like a random (o il mio preferito, l’auto-like), apre pagine e profili senza pensarci un secondo. Quali sono le conseguenze?

Una perdita di tempo/denaro per lui e per chi, magari per caso, finisce su una delle sue pagine, probabilmente alla ricerca di informazioni sull’azienda, dato che ormai i social stanno eguagliando per numero di ricerche i vari Google, Yahoo, etc. Per non parlare dell’imbarazzo, con il senno del poi, di ritrovarsi sulla pagina immagini di BUONGIORNISSIMO KAFFE’!1!1 e foto di prodotto sfuocate e senza alcuna link/descrizione.

Ma partiamo da un presupposto fondamentale: non a tutte le aziende serve avere una pagina Facebook (tantomeno un profilo Twitter o Instagram). Ogni social ha il proprio bacino di utenti, con i propri obiettivi e interessi, e, perciò, prima di aprire la tua bellissima pagina con logo sgranato e senza alcun tipo di informazione, pensa bene a questi punti:

  • Quale obiettivo voglio ottenere con i social network?
  • Quali social network utilizzano i miei clienti/fornitori?
  • Quali e quante risorse interne posso impiegare per questa attività?
  • Che tipologia di materiale e informazioni posso pubblicare sui social network che decido di aprire?
  • La concorrenza cosa fa?

Se a queste 5 domande avete trovato una risposta sensata, allora dovreste essere sulla retta via per comprendere cosa fare su questi amatissimi social network.

Poi per carità, ci sono anche aziende B2B che utilizzano i social nel modo corretto, pubblicando costantemente e utilizzando contenuti graficamente ok (forse non per tutti…). Il problema, però, è che sono di una noia mortale e che all’azienda non portano niente, nemmeno una chiamata in ufficio o un clic al sito, in quanto recapiti inseriti pari a zero.

Quindi, come forse non è così scontato dire, prima di agire pensate bene (ma bene bene) a cosa dovete fare per raggiungere il vostro obiettivo, che non necessariamente deve essere collegato al denaro, così non perderete tempo e non rischierete di compromettere la vostra immagine. O altrimenti chiedete un aiuto a chi di tutto ciò ne ha fatto un lavoro, tipo noi 🙂

Matteo

Una nuova tappa

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Comunicazione & marketing? No, l’articolo di oggi sarà diverso dal solito: dopo 13 anni, Ideagency lascia la sua sede originaria di via Volta per trasferirsi a Prealpino, precisamente in via Stretta 179.

Con il passare del tempo, per ognuno di noi il proprio luogo di lavoro diventa una sorta di seconda casa, o comunque il posto dove (che lo si voglia o meno) passiamo gran parte della giornata, e (sempre che lo si accetti o meno) diventa parte di noi, ne assorbiamo ogni angolo; cambiare il posto nel quale ci rechiamo quotidianamente porta sempre qualcosa di nuovo, nuove sensazioni: sta a noi decidere se trasformarle in qualcosa di positivo, di “rigenerante” e stimolante.

Questo trasloco rappresenta per noi di Ideagency una tappa molto importante per la storia dell’azienda; parliamo di tappa perché la viviamo come tale, senza cadere nel classico “punto di arrivo” o “traguardo”, perché in ogni professione non ce n’è mai uno: ogni giorno si presenta una nuova sfida, qualcosa di nuovo da imparare, nuove ambizioni.

Ciò che questo evento ci trasmette è piuttosto energia positiva allo stato puro, entusiasmo, positività per l’approdo in un nuovo ambiente lavorativo, che porta con sé sensazioni date da un luogo nuovo, spazi nuovi, nuove prospettive; potremmo parlare di una “nuova linfa” per la nostra creatività e i nostri progetti.

Noi di Ideagency abbiamo pensato di condividere con voi questo piccolo grande capitolo della nostra storia, perché ogni mattone della nostra nuova “casa lavorativa” siete stati voi ad averlo posto.

Enrico

Le 3 cose da evitare ad un social media manager

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In tempi recenti ci siamo occupati delle tre cose da risparmiare ad un grafico: oggi ci occupiamo invece dello stesso numero di cose, ma di fronte ad un social media manager, che, a dispetto del nome, dinnanzi a certe “perle”, tende a diventare “a-social”, sentendosi più a disagio di una nonna quando il nipote non finisce il chilo di lasagne preparatogli nel piatto.

Ma quali sono queste fantomatiche cose da evitare?

3- “i nostri profili social sono bene impostati”

Troppo bello per essere vero (altrimenti non si sarebbero affidati ad un social media manager) e infatti non lo è: pagina facebook con meno informazioni degli orari degli autobus, immagine di copertina assente (“quella del profilo basta e avanza” cit.), profilo instagram con foto che neanche di notte uscirebbero così male, twitter o linkedIn di cui si ignora l’esistenza. Probabilmente era meglio impostato lo studio di dizione di Maurizio Costanzo.

2- “i vostri social network sono attivi?” “Abbastanza”

La classica risposta che suscita un brutto presentimento, ovviamente confermato. Dopo una rapida occhiata ai vari network aziendali, si scopre che le ultime pubblicazioni risalgono a qualche anno prima (probabilmente si decide di pubblicare qualcosa solo durante gli anni bisestili), sentendoti così un “predicatore nel deserto” e capendo subito che anche la pagina creata da tua zia Genoveffa riguardo alle tecniche di annaffiamento dei fiori (con tutto il rispetto per la buona zia Genoveffa) avrà più seguito della tua.

1- “non vedo risultati”

Dopo un mese dall’inizio del proprio operato, il social media manager si sente dire queste parole, ed è costretto a prendersi 4/5 camomille per mantenere la calma. Dopo aver raccolto le macerie/carcasse dei network aziendali affidategli, iniziato a ricevere i primi likes e followers che da quelle parti non si erano mai visti e sembravano come miraggi nel deserto (ricordiamocelo, è da lì che è partito il povero predicatore prima introdotto), si sente dire che non ci sono risultati: va bene che il suo compito è fare seguaci, ma non è che se è partito con quei 12 va scambiato per il Signore.

Enrico

Il fenomeno degli “AdBlock”

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Stai navigando in internet: immerso nella lettura di un articolo che ti ha coinvolto, alla ricerca di qualche buon affare sui migliori siti di shopping online, o magari intento nella visione di un video su YouTube. Tutto procede bene, quando all’improvviso, proprio mentre sei particolarmente coinvolto dal contenuto, succede ciò che ti costringe ad andare a confessarti il fine settimana: la classica pubblicità online, che a volte non puoi nemmeno saltare o che è talmente infima da mimetizzare per bene la fantomatica “x” per liberartene (in alternativa, la x è talmente piccola che neanche una lente di ingrandimento basterebbe per individuarla), che sta diventando sempre più invasiva e inappropriata.

Quante volte ti è capitata la situazione sopra descritta? Scommetto parecchie volte!

Qualche anno fa però una mente malvagia (o geniale) di nome Michael Gundlach è riuscito a trovare una soluzione a questo fastidioso problema, diventando l’incubo di parecchi pubblicitari (che probabilmente si sognano il suo nome pure di notte).

Gundlach ha ideato un’estensione in grado di bloccare la visualizzazione delle pubblicità (AdBlock), con conseguenti programmi, da questa derivati, che stanno riscuotendo sempre più successo: secondo un recente rapporto di PageFair, l’11% degli utenti nel mondo ha utilizzato questi software, che risultano installati su oltre 600 milioni di dispositivi tra computer fissi, smartphone e tablet; è proprio su questi ultimi due dispositivi che gli utenti prediligono bloccare la réclame, con adblock scaricati su 380 milioni di dispositivi. Un aumento del 30% rispetto all’anno precedente.

Sei il sito presenta invece sistemi in grado di aggirare i programmi per il blocco delle inserzioni? Il 74% degli utenti americani preferisce abbandonare il sito, non rinunciando così al proprio adblocker.

Se il fenomeno è così presente e ben sviluppato, con numerosi protagonisti dell’ad-blocking che hanno dichiarato l’ambizione di sviluppare un mercato pubblicitario parallelo, risulta evidente come sia necessario riformare il panorama pubblicitario online, con pubblicità in grado di risultare efficaci o quantomeno tollerabili, evitando le attuali réclame invadenti e fastidiose che portano all’esasperazione anche gli utenti più tolleranti.

Enrico

Agenzia di comunicazione vs freelance

Si può fare un confronto tra un’agenzia di comunicazione e un freelance? Certo, soprattutto se l’intenzione è sorriderne (senza polemica)!

Vi ricordate il match birra verso femmina?

Ma sì dai quello che dice: 

«Se ti fai una birra in un locale affollato, è normale. Se ti fai una femmina in un locale affollato, diventi un mito. Un punto alla femmina.»

Ecco, partendo da qui, noi oggi vi presentiamo:

L’AGENZIA DI COMUNICAZIONE VERSUS IL FREELANCE

IL Confronto

  1. Il freelance ha taroccato una foto rubata da Internet, e te l’ha messa in primo piano sul tuo sito nuovo di zecca. Dopo ventiquattr’ore ti chiama l’autore e ti chiede anche i danni morali. “Ma non c’era l’immagine che mi avete chiesto…”, ti dirà. L’agenzia la crea, e non te lo dice nemmeno. Un punto all’agenzia.
  2. Se hai dei soci e devi presentare il piano di comunicazione, dall’agenzia non si presenterà nessuno con il risvoltino e le bretelle su camicia a quadri. Molto probabilmente sarà figa, e in tacco dodici. Due punti all’agenzia.  
  3. Il freelance è per definizione singolo. L’agenzia è sempre (almeno) trina. Vince l’agenzia, tre cervelli a zero.
  4. Contatti il freelance, e in cinque minuti ti cambia per la quinta volta il colore del logo dal giallo-esselunga della settimana scorsa al blu-di-Prussia-sottotono. Vai in agenzia e ti spiegano che i colori del logo non vanno per forza abbinati alla cravatta, tutti i giorni.
  5. L’agenzia ha una sede figa, ci sono le sedie comode, e ti offrono sempre il caffè. Il freelance vive con la mamma, e se ti va bene puoi trattenerti a cena che c’è la parmigiana. Un punto per il freelance e due per la mamma.
  6. Col freelance puoi fare serata, conosce i posti giusti e i cocktail giusti. In Agenzia hanno famiglia, perché di solito fanno una vita normale. Un punto al freelance.
  7. L’agenzia di comunicazione ha degli orari di ufficio, che non sono gli orari di chiusura dell’Ikea (dove lavora il freelance). Un punto per l’agenzia.
  8. L’agenzia usa le email, che puoi controllare quando sei al lavoro. Il freelance ti manda la bozza della brochure via Whatsapp, alle due del mattino, perché dopo essersi sparato un’intera stagione di The Walking Dead, si è ricordato della consegna che doveva fare dieci ore prima. Un punto all’agenzia.
  9. Il freelance ti fa in pochissimo lavori velocissimi. E tutti rigorosamente copiati da Internet. Meno dieci punti al freelance.
  10. Per quindici euro, in nero, trovi sicuramente un freelance che ti cambia anche il colore della facciata di casa. Se gradisci il marchietto Shutterstock ogni due metri. Un punto all’imbianchino.
  11. Sono le undici e il freelance ancora non risponde al telefono. Il titolare dell’agenzia è in piedi dalle sette meno un quarto, operativo dieci minuti dopo, al quinto caffè atomico entro le otto. Un punto all’agenzia.
  12. Il freelance ti chiede l’amicizia su Facebook. Mille punti all’agenzia.