Chi è il vero RE del Marketing?

Il re del marketing, il supremo & illuminato sovrano del marketing di tutti i tempi, non è Kotler.

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Certo, Kotler è bravo. E conosciuto più o meno da tutti quelli che hanno passato almeno un esame recitando le sue P come un mantra (o una giaculatoria).

Ma non è lui.

Il vero e unico Re è Putzu. Mario Putzu, l’autore de Il Padrino.

Parlando del fenomeno mediatico e umano che ha reso famosa l’Italia nel mondo*, Putzu fa spiegare ai suoi personaggi la regola aurea del marketing intergalattico.

Volete sapere qual è?

Vi accontentiamo.

Le regola aurea del marketing intergalattico parla di promesse (e lo fa con la voce super sexy di Marlon Brando, Aka, don Vito Corleone).

Fai favori e semina promesse, dice il meta-testo. Resta a credito. Quando dovrai riscuotere, nessuno potrà dirti di no.

Don Corleone lo fa con le persone: le aiuta, le soddisfa, le libera dai guai. Risponde ai loro bisogni. Chi viene “aiutato”, diventa suo debitore. Corleone costruisce la sua rete/network rispondendo alle esigenze di chi lo avvicina. Il legame è indissolubile.

Con il mercato è esattamente la stessa cosa!

 

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Quanti caratteri?

Le misure contano.

Abbiamo parlato di come partire per decidere cosa e come scrivere sul web. Ora parliamo di quanto.

Post e news: da 300 a 500 parole. A Google, i post piaccion lunghi, ma ai lettori no. Si stufano. Hanno bisogno di capire in fretta se il tuo contenuto è interessante o meno.

Aggiornamenti Social: slogan veloci e sintetici. Non oltre le 100 parole.

Con Twitter è facile: basta stare sotto la soglia dei 140 caratteri.

Con Instagram anche: a parlare sono le immagini, non i testi, seguiti dagli hashtag giusti (e- anche qui – non milioni di hashtag, ma una decina).

CAMBIARE è un verbo attivo.

“Non si trasforma la propria vita senza trasformare se stessi”. (Simone de Beauvoir*)

Il carburante è troppo caro. La politica non funziona. La gente è troppo arrabbiata. La pasta (e le verdure) non sono più quelle di una volta. Il lavoro non si trova. I fornitori non pagano. I clienti non rispondono. I dipendenti battono la fiacca. I creativi non hanno immaginazione. Senza una raccomandazione, non si arriva da nessuna parte. Non ci sono più le mezze stagioni e i parcheggi in centro non si trovano più.

In mezzo al bailamme del malcontento, mentre le masse brontolano, gli individui attendono che qualcosa, dall’alto, da fuori e nell’altro, cambi. 

La parola “cambiamento”, digitata in Google, porta 19 milioni di risultati in meno di mezzo secondo.

Ma mentre ne parliamo un sacco, del cambiamento, quando tocca a noi, o toccherebbe, metterlo in atto, spezzare la routine, modificare uno status (cambiare lavoro, cliente, fornitore, macchina, preferenze e abitudini), di colpo, cambiare non ci riguarda o non è fattibile.

Aspettiamo che cambi la politica, che cambino gli uomini, che cambi il prezzo del carburante, che cambino i nostri dipendenti, che cambino i nostri capi/superiori e supervisori, che la gente nelle altre macchine la pianti di essere isterica, che le persone ci salutino, che cambi qualcosa in azienda, che i clienti paghino, che i fornitori consegnino in tempo, che smetta di piovere.

Aspettiamo.
Guardiamo fuori.
E restiamo ad aspettare.

Cambiare però è un verbo attivo e perché funzioni richiede la forma riflessiva.

* Simone De Beavoir è una delle penne più leggere e feroci della storia dell’umanità.

 

Gli Yes Men della comunicazione

L’agenzia che dice sempre sì non è una buona agenzia.

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Ci sono attività che una buona agenzia dovrebbe sconsigliare, altre che addirittura dovrebbe rifiutarsi di fare.

Un’industria pesante, attiva nella produzione di trafilati d’alluminio, ad esempio, che volesse aprire un profilo Instagram (corporate), non dovrebbe ricevere una quotazione ma un secco rifiuto, meglio se motivato:

«Avete già una pagina Google Plus, una LinkedIn e una Facebook, oltre al profilo Twitter e a VKontakte. Perché volete Instagram?»

«Perché ce l’hanno tutti, anche mio figlio di undici anni!»

(Ecco, appunto: “suo figlio – di – undici – anni”)

OK. “No” è una parola che non piace a nessuno.

Non ci piace quando la sentiamo dai nostri clienti e non siamo abituati a sentirla da chi lavora con e per noi, ma in certi casi, “no” è meglio di sì. Vediamo quando:

Il cliente, prima di firmare il preventivo, chiede all’agenzia: «Potremo aggiornare da soli il nuovo sito?»

L’agenzia risponde: «Sì, certo!»

Fa rabbia, vero?

Ti dicono di sì e poi salta fuori che per aggiungere, togliere o modificare due righe o un’immagine, devi fissare un appuntamento con il tecnico o prendere una laurea al MIT per capire come funzioni il CMS.

Non sarebbe meglio un bel “No”, magari spiegando che la politica dell’agenzia (piccina picciò senza riferirci alle dimensioni) spinge per mantenere il controllo all’interno?

Sì, sarebbe molto meglio. Ma succede di rado. O meglio: succede solo se l’agenzia che hai scelto è guidata e formata da persone illuminate e non da fuffologi in cerca di F.F.*.

Perché? Perché nella testina dell’agenzia piccina sopravvive l’idea che il cliente vada tenuto lontano dall’operatività e il più possibile dipendente dall’agenzia stessa, così come resiste una sorta di arcaico protezionismo sul know-how.

“Se gli insegnassimo a farlo da solo, poi non ci chiamerebbe più” -pensa il piccolo account/piccolo imprenditore-art-creativo, senza sapere quanto ricevere formazione possa essere utile per il cliente e aprire le porte a relazioni “long-lasting”.

 

 

Profilo versus Pagina: due approcci a confronto.

RUDY E MARCO PAGINA O PROFILO

Due big della comunicazione, negli ultimi giorni si sono espressi su un tema (ancora) scottante:

Tra un profilo e una pagina Facebook, quale preferire?

I due titani sono

Marco Montemagno e Ruby Bandiera.

Il primo si definisce un imprenditore digitale, un public speaker e un broadcaster e ogni giorno posta sui suoi social video e contenuti sul tema della comunicazione (e non solo).

Il secondo è un blogger, un docente e un consulente web.

Entrambi si rivolgono agli esseri umani (che lavorano in proprio – o non ancora –  e all’interno di aziende). Con slogan e approcci diversi, scegliendo parole differenti, dipingono lo stesso scenario: per entrambi il centro è l’uomo.

Sul tema di cui parliamo oggi, di primo acchito, pare siano in disaccordo.

Montemagno non lascia scampo: per comunicare su Fb non puoi usare un profilo.

Bandiera, al contrario, sembra lasciare aperto il campo ma per capire davvero cosa intendano i due maestri, tocca – come sempre – arrivare fino in fondo e leggere/vedere cosa ne pensano.

Ecco i link:

http://www.rudybandiera.com/profilo-o-pagina-facebook-0112.html

https://youtu.be/JZLp1qa4RmQ

Il quadro finale che ne esce è identico: se la tua è un’azienda non puoi scegliere e se sei un individuo, nemmeno.

Nel primo caso l’unica opzione è usare una pagina, nel secondo, invece, le statistiche di Bandiera mostrano come le relazioni di un profilo battano quelle di una pagina sei a zero, cappotto.

 

Quando dire di no è meglio di una figura di m.

Non si può dire sempre sì.

Nemmeno un’agenzia di comunicazione può riuscirci.

what-part-noNessuno ci riesce.

Nemmeno noi, nemmeno voi e a volte, tra l’altro, dire di no, rifiutare una “commessa”, un lavoro o un ordine, ci dà più autorità di quanta immaginiamo, soprattutto se il compito che ci è richiesto non è realizzabile.

Wait!

“Quando un compito non è realizzabile”?

Può accadere per diversi motivi:

  1. Non è nelle nostre competenze: piuttosto che passare per cioccolatai, è meglio declinare l’invito.
  2. Non ce la facciamo con i tempi: se la data è troppo vicina, o siamo Mandrake o rischiamo di fare casino. Anche quando, magari, agli occhi del committente, è già tutto fatto e va solo replicato.
  3. Non ce la facciamo con i tempi perché siamo intasati di lavoro: può succedere, anche oggi, nell’anno del signore 2015, con la crisi, le difficoltà del mercato, la penuria di cash in circolazione. Quando capita, non serve lamentarsi (“Ma tutti insieme?”), quanto magari ridiscutere il proprio organico…e nel frattempo, essere onesti con chi si aspetta da noi una risposta.
  4. Non ce la sentiamo di rischiare o non crediamo che l’operazione richiesta vada fatta. Un esempio: una campagna che non ci convince, sulla quale abbiamo dei dubbi o una promozione che sappiamo non funzionerà.

Dire sempre sì, equivale a non avere non solo carattere ma nemmeno abbastanza forza per scegliere su cosa concentrarci per dare il massimo in nostro potere.

Un convegno per fare chiarezza sul gioco legale

Si è parlato di gioco legale, venerdì 27 Novembre, nella splendida cornice dell’Università di Giurisprudenza di Brescia, con il convegno dal titolo:

 “GIOCO LEGALE: PARLIAMONE A CARTE SCOPERTE”

L’evento è stato fortemente voluto da Farogames e Jolly Videogiochi con il patrocinio di Sapar (Associazione delle industrie di settore), società che si occupano di gioco legale con il preciso intento di portare chiarezza e trasparenza ad un settore spesso associato a luoghi comuni e informazioni superficiali.

Per raggiungere tale obiettivo sono state chiamate al tavolo dei relatori figure professionali di indiscusso calibro che hanno affrontato una così sensibile tematica con tatto, serietà e limpidezza, toccando i molteplici punti di vista che la compongono.

Il giornalista, conduttore televisivo e vicedirettore de “Il Giornale” dott. Nicola Porro ha aperto i lavori del workshop e sapientemente condotto il programma dell’evento in qualità di moderatore, facendo emergere le complessità di un tema dalle forti implicazioni sociali, politiche ed economiche.

Paolo Crepet, noto psicologo e sociologo italiano, ha illustrato le ripercussioni che i pazienti affetti da disturbo del gioco d’azzardo hanno sul sistema sociale. Il gioco è innato nell’essere umano, ma quando da svago e piacere diventa fissazione patologica le cose si complicano: parliamo dunque di ludopatia, un problema sociale che nessuno può negare, ma i cui dati reali sono nettamente inferiori a quanto erroneamente riportato su molti media in questi mesi. Dall’ultimo rapporto ufficiale diffuso dal Ministro Lorenzin, infatti, i pazienti in trattamento sono 12.376, contro gli 800.000 considerati “problematici”. (altri numeri da sottolineare? fonti?)

Giuseppe Corasaniti, professore di diritto tributario all’Università degli Studi di Brescia, ha posto l’accento sugli aspetti economici del settore che soffre di un’incertezza normativa e fiscale che ne rende alquanto difficoltosa la corretta gestione imprenditoriale. Si pensi semplicemente al fatto che all’interno dello stesso ambito vi sono differenti modalità di tassazione (per esempio il gioco online paga il 20% sul cassetto netto mentre il PREU di slot e similari supera il 50%). Il tema del gettito e della doppia imposizione è stato affrontato dal Prof. Corasaniti con il supporto di dati raccolti da fonti ufficiali (quali?)

Raffaele Curcio, Presidente dell’Associazione Nazionale Sapar, organizzazione che raggruppa le imprese del settore, ha espresso tutto il desiderio e l’impegno dei proprietari e gestori di sale da gioco di mettere un freno alla diffusione di informazioni tendenziose che, di fronte a un problema serio come la ludopatia, cercano come unico capro espiatorio le sale slot e VLT. Il segmento genera un indotto rilevante per il territorio in termini di addetti e gettito fiscale, ma spesso è demonizzato sulla base di dati incerti.

Giulio Gallera, assessore al reddito di autonomia e inclusione sociale di Regione Lombardia, ha ricordato che il totale del gettito proveniente dal settore del gioco legale è versato nelle casse dello Stato, nulla restando a Regioni e Comuni. Questi ultimi sono però gli Enti preposti alla creazione dei servizi socio sanitari per i pazienti affetti da ludopatia. In Trentino e in Sicilia per esempio tali entrate restano nelle casse regionali… (altro di più “sostanzioso”?)

È chiaro dunque che ciò che emerge dagli interventi al convegno è un quadro frastagliato, a tratti nebuloso, in cui demonizzazione ad un singolo segmento di mercato e azioni al limite del proibizionismo non hanno condotto ad alcuna risoluzione positiva né dal punto di vista sociale né da quello dell’indotto economico. Il fenomeno della ludopatia non deve assolutamente essere sottovalutato, bensì monitorato attraverso sistemi e progetti sanitari sul territorio, ma al contempo affiancato da rigidi controlli delle forze dell’ordine per far emergere tutto il mondo sommerso del gioco illegale, dalle implicazioni ancor più distruttive per l’uomo e la società.

A sostenerlo sono gli organizzatori: Jolly Videogiochi Srl, azienda presieduta da Alberto Romano, con sede a Flero, specializzata nella gestione per bar e sale di slot machine, giochi tattili, videogiochi, flipper, calcetti, biliardi e Faro Games Com Srl di Salò, capitanata da Roberto Marai, uno degli imprenditori bresciani leader nel panorama italiano dell’intrattenimento con interessi che spaziano dalla distribuzione di apparecchi automatici da intrattenimento, al noleggio, alla produzione di slot machine, fino alla gestione di centri di intrattenimento familiare e sale slot.