Stampati (male)

editoria-7

La pubblicità cartacea, è innegabile, ha subìto un grosso ridimensionamento con l’avvento di internet, venendo superata (di gran lunga) da quella online. Questo però non significa che la comunicazione cartacea sia ormai poco utile o scarsamente utilizzata: brochure, cataloghi, flyer, volantini, dépliant, immagine coordinata (biglietti da visita, carta intestata, buste). Tutti elementi che sono ancora fondamentali, utili alla riconoscibilità di un’azienda e influenti nel mondo della pubblicità.

Qualcuno sembra però non pensarla così, spendendo il 90% delle risorse nella pubblicità online, e lasciando così le briciole al cartaceo. Risultato? Pubblicità online efficace (se ci si è affidati alle persone giuste), e pubblicità cartacea che richiama il paleolitico e invoglia chi legge a destinarla al caldo fuocherello acceso in salotto, che proprio in quel momento necessita di essere alimentato.

Il primo elemento che salta subito all’occhio è il testo, con i più brillanti che, ai loro stampati, non fanno mancare eleganti errori grammaticali. Se questi non sono presenti, spesso ci si trova comunque di fronte a errori nell’utilizzo della punteggiatura, oppure periodi troppo lunghi, che, se letti a voce, rischiano di procurare l’infarto.

Gli errori nel testo sono i più facili da identificare, ma ve ne sono altri, meno evidenti, che, specialmente da gente del settore, vengono notati, e che fanno fare una pessima figura.

In primis, molte aziende non seguono (o non hanno) il proprio coordinato: no, non è una persona da seguire, il coordinato, o immagine coordinata, comprende diversi elementi molto importanti. Tra questi troviamo: i colori del marchio dell’azienda, il carattere utilizzato, il “font”, la scelta dei colori, la struttura dell’impaginazione, lo studio della grafica di tutto il materiale utile e, di conseguenza, l’abbinata della stessa logica su formati digitali.

Nondimeno, è fondamentale anche il ruolo della carta e ciò che gli gravita intorno: alta o bassa qualità? Il formato è adatto al tipo di pubblico verso cui ti rivolgi? La rilegatura è realizzata correttamente? O equivale alla peggio graffettatura fatta in casa? La sovraccoperta è all’altezza?

La pubblicità cartacea vuole la sua parte, e il 10% non basta.

Enrico

“Se non vende non è creativa”//Storia della pubblicità//Ogilvy

Nasce e cresce nella casa di Alice nel Paese delle meraviglie*. I suoi sono nobili, stan bene e lui frequenta scuole prestigiose e già alle elementari conosce un sacco di gente importante. Viene espulso da Oxford e quando compie vent’anni inizia a fare lo zingaro, girando il mondo per le successive diciassette primavere.

Va Parigi e fa lo chef. Rioltrepassa la Manica, ritorna in Scozia e fa per un po’ l’assistente sociale. Poi si mette a vendere forni porta a porta. Diventa molto bravo e scrive il suo primo manuale (sulla vendita). Suo fratello, che fa l’account alla Mather & Crowther, lo legge e lo fa leggere anche ai propri capi che decidono di assumerlo.

A 27 anni convince i suoi capi e si fa spedire a New York. Sta per qualche tempo con la Mather & Crowther, ma dopo un po’ si stufa, finendo a fare ricerche per George Gallup e per i successivi tre anni studia e censisce usi, costumi, preferenze e idiosincrasie del popolo americano del dopoguerra.

Capito come gira il fumo, inspiegabilmente (o quasi), si stufa e compra una fattoria Amish in Pennsylvania e si trasforma in un contadino full time. Un triennio dopo, esaurite le volontà bucoliche, decide di ributtarsi nel marketing, chiama il fratello (nel frattempo a capo della M&C), coinvolge altre agenzie e fa una specie di grossa ATI, dando vita alla Hewitt, Ogilvy, Benson & Mather.

Siamo a NewYork, è il 1948, e David Ogilvy che sta per compiere trentotto anni, è già entrato nel gotha della pubblicità.

Da lui il mondo imparerà il valore della ricerca, della creatività che se non vende non è creatività, della semplicità del linguaggio. Lui sarà uno dei primi (veri) guru a parlare di HUMAN BEING, di esseri umani, di divertimento, di senso dell’umorismo.

* la casa in cui nasce, vicino a Guillford, era di Lewis Carroll.

Credits:

Testo: @robertagiulia per I.D.E.Agency

Immagini: Google images – ricerca da “David Ogilvy best quotes”